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Afghanistan: un fallimento dell'UE, non della NATO

Domenico Moro
Commento n. 227 - 3 settembre 2021 


 
 

La NATO è stata inclusa da alcuni analisti politici (es.: In Afghanistan è fallita la Nato; L’Europa al bivio tra autonomia strategica e irrilevanza), nel generale fallimento dell’intervento occidentale in Afghanistan. Questo giudizio, però, non è del tutto corretto, per due ragioni. La prima è che bisogna distinguere tra il Trattato dell’Atlantico del Nord (TAN) e la sua organizzazione militare (OTAN o NATO, nell’acronimo inglese). L’Alleanza atlantica, fondata sulla garanzia politica americana (e su un numero consistente di testate nucleari sul territorio europeo) è servita egregiamente al suo scopo: difendere l’Europa da una eventuale aggressione sovietica e assicurare la pace sul continente europeo, condizione essenziale per l’avvio del processo di unificazione europea. La NATO – e questa è la seconda ragione – dal punto di vista militare non poteva fallire in Afghanistan, per la semplice ragione che essa non ha una forza militare autonoma. Le sole forze militari di cui essa può essere dotata – oltre a quelle fornite dagli USA – sono quelle dell’UE (più la Turchia e pochi altri paesi non UE).

Quando a seguito della firma del TAN, questo è stato dotato di un braccio militare, le ragioni dell’istituzione di quest’ultimo erano le stesse alla base della firma del Trattato di Bruxelles (1948), fondativo dell’Unione Occidentale (UO, poi divenuta Unione Europea Occidentale a seguito del fallimento della CED): istituire un comando unico a livello europeo, standardizzare gli armamenti e rendere interoperabili le forze armate dei singoli paesi europei, anche se non un vero e proprio esercito europeo, per l’opposizione inglese (L. S. Kaplan, The United States and NATO: The Formative Years, 1984). L’UO è diventata rapidamente obsoleta non solo perché non ha saputo raggiungere i suoi scopi, ma perché, nel frattempo, era sorta la NATO, e il problema del comando unico era risolto con la presenza degli Stati Uniti che ne assicuravano il funzionamento.

Venendo ai giorni nostri, e per fare alcuni esempi, il comando unico americano si è imposto nella gestione della International Security Assistance Force (ISAF, dicembre 2001-dicembre 2014) e della successiva Resolute Support Mission (dicembre 2014-luglio 2021). I paesi europei hanno preso parte all’ISAF, di fatto, in quanto singoli paesi che, oltretutto, erano vincolati ad impegni dettati dai rispettivi governi nazionali. Dopo i primi cinque anni di una poco convincente alternanza di comando tra i paesi dell’Alleanza – tranne, forse, il comando di Eurocorps –, e mancando un comando operativo europeo, la gestione dei successivi otto anni della missione è stata affidata a generali americani, al fine di coordinarne la presenza con i contingenti USA. Nel caso della seconda missione, il comando è sempre stato affidato a generali americani.

Ma anche la NATO si è fermata a questo punto, in quanto l’istituzione di forze militari autonome e l’interoperabilità delle forze armate europee non hanno avuto luogo e la standardizzazione degli armamenti ha avuto luogo solo attraverso le forniture americane a più paesi europei. La NATO ha un’autonoma dotazione di mezzi militari che, benché limitata, riguarda infrastrutture decisive per la gestione delle operazioni sul campo. Infatti, essa è direttamente proprietaria, tra gli altri, di una flotta di 14 velivoli Boeing E-3A Airborne Warning & Control System (AWACS) e di cinque droni Global Hawk che, insieme, integrano le capacità nazionali di Intelligence, Surveillance and Reconnaissance (ISR). Indirettamente, tramite lo Strategic Airlift Command (SAC), gestisce una flotta di tre Boeing C-17 per il trasporto truppe. Si tratta, come si può vedere, di forniture esclusivamente americane, in quanto l’industria UE non è ancora in grado di fornire – mancando specifiche commesse pubbliche europee – le medesime piattaforme militari.

Quando i paesi europei hanno provato a gestire direttamente operazioni militari sul campo, come nel caso della Libia e del Mali, Francia e Gran Bretagna, per l’intervento in Libia, hanno utilizzato le strutture di comando e controllo (C2) NATO, ma per l’attività IRS e di Intelligence, Survelliance, Target Acquisition, Reconnaissance (ISTAR) sono dovuti intervenire gli Stati Uniti. Nel caso del Mali, invece, gli Stati Uniti sono intervenuti per supplire alle principali carenze francesi, come nel caso del trasporto truppe, dove la gran parte del lavoro è stato svolto da velivoli russi Antonov presi in affitto; del rifornimento in volo; e della fornitura di un servizio permanente di ISR.

Nelle ultime settimane, alcuni governi europei si sono risentiti per l’improvvisa decisione di Biden di abbandonare l’Afghanistan. È bene, però, ricordare anche che il tributo maggiore, in termini di vittime, per l’intervento – e gli errori commessi – in questo paese è stato sostenuto dagli Stati Uniti: a fine maggio 2020, 2.355 vittime su 3.508 sono state americane, 456 del Regno Unito e 422 dei 25 paesi UE che, per solidarietà con gli USA, hanno partecipato alla missione. Se l’UE avesse voluto partecipare seriamente all’obiettivo del nation building, influenzando l’alleato americano attraverso un contenuto più concreto a questo aspetto della presenza occidentale, avrebbe dovuto dare un contributo maggiore anche per la parte militare. Infatti, come ha fatto notare un recente lavoro, gli obiettivi prefissati, ancorché mai del tutto precisati, avrebbero richiesto una presenza militare ben superiore a quella che si è manifestata. Dato l’impegno americano in altre parte del mondo, l’unico alleato degli USA che poteva mettere in campo risorse militari sufficienti era l’UE, ma questa è clamorosamente mancata, rinunciando anche a mobilitare i “battle groups” che si era già deciso di istituire nel 2005.

Alcuni giorni dopo l’annuncio del ritiro degli USA, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha annunciato che la Commissione europea proporrà l’istituzione di una forza di intervento europea di 5.000 uomini. L’impegno, se sarà mantenuto, è indubbiamente importante, anche se arriva con oltre vent’anni di ritardo rispetto alla proposta presentata al Consiglio europeo di Helsinki, riunitosi nel dicembre 1999, dal gruppo di lavoro cui ha preso parte, per l’Italia, il Gen. Vincenzo Camporini.

C’è ora un solo modo per onorare le vittime europee in Afghanistan ed è quello di portare a termine l’impegno che i governi europei si erano già assunti oltre settant’anni fa: procedere all’attribuzione in capo ad una struttura di pianificazione, comando e controllo europeo delle necessarie risorse militari, in modo da dar vita ad un’autonoma forza armata europea in aggiunta alle forze armate nazionali. Il recente vertice tra il Presidente del Consiglio Draghi ed il Presidente Macron sembra muoversi in questa direzione.

* Membro del Consiglio Direttivo e Coordinatore dell’Area Sicurezza e Difesa del Centro Studi sul Federalismo (articolo pubblicato anche da Euractiv.it e Eurobull)

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