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Federalismo interno

Il tema della ripartizione di poteri e risorse fra Stato ed enti territoriali in Italia è nell’agenda politica da almeno un quarto di secolo. Lo stallo seguito alla bocciatura nelle urne della più recente proposta di riforma costituzionale, accentua la rilevanza del problema e la necessità di affrontarlo in modi e con percorsi diversi. Lo stesso vale per la normativa, di fatto congelata, sul “federalismo fiscale”, che nel 2019 taglierà il traguardo del decennale dal suo varo (legge 42/2009). Nel 2020 cadrà invece il cinquantennale dell’istituzione delle Regioni. Appuntamenti e occasioni importanti per definire una nuova agenda interna “federalista”, che sappia evitare anacronistiche ricentralizzazioni.

Nel quadro della Costituzione vigente, andranno ripensati il ruolo (legislativo o programmatorio) che possono svolgere le Regioni in rapporto con lo Stato. Un capitolo denso di prospettive ma anche di incognite si aprirà con l’avanzare del regionalismo differenziato (previsto dall’art. 116 della Costituzione). Andrà approfondito se esso si tradurrà in un effettivo trasferimento di competenze e risorse, che tenga conto delle peculiarità regionali. Nel contempo, andrà valutato come assicurare un adeguato coordinamento nazionale, anche alla luce del permanente divario Nord-Sud.

Altro tema finito in un limbo, specie dopo la mancata cancellazione delle Province, è quello del cattivo funzionamento delle Città Metropolitane, introdotte con la Legge Delrio. Si tratterà di scandagliare i problemi di governance emersi e le possibili conseguenze sull’implementazione di misure che hanno un impatto sulle opportunità di vita dei cittadini, anche alla luce del ruolo degli enti locali per una effettiva fruizione di molti diritti sociali.

La frenata nell’introduzione del “federalismo fiscale” ha nella crisi economico-finanziaria dell’ultimo decennio la probabile ragione di fondo. Si è registrata una riduzione drastica dell’autonomia della finanza locale, che rischia di tradursi in una deresponsabilizzazione dei livelli di governo infra-nazionali. Anche in questo ambito sarà importante monitorare l’impatto dell’avvio di un regionalismo differenziato: rischiano di aggravarsi problemi quali il potenziale contrasto fra autonomia finanziaria locale e uniformità nazionale delle prestazioni. Tutto questo va inoltre inserito nel contesto delle regole e dei vincoli europei, oggetto in Italia di legittime critiche e preoccupanti strappi.

L’analisi di questi temi da parte del CSF richiede anche una chiave di analisi comparata, tenuto conto che molte grandi democrazie hanno un assetto interno federale. Un approccio comparatistico consente di valutare l’efficacia di sistemi di governance diversi e di individuare le “migliori pratiche”, anche in materia di riforme istituzionali. Le tensioni autonomistiche e indipendentistiche in Europa (dalla Catalogna a, forse, la Scozia post-Brexit) possono trovare nel federalismo un modello per contenere spinte disgregative e neo-nazionalismi e cercare nuovi equilibri fra autonomia e integrazione.