Il Cornwall Consensus: per un cambio di paradigma

Olimpia Fontana

Commento n. 233 - 5 novembre 2021 

La crisi pandemica e, soprattutto, quella ambientale stanno spingendo i governi di tutto il mondo a riflettere sulle modalità di gestione delle crisi globali. Nel discutere su come affrontare queste crisi, appare evidente l’inadeguatezza di continuare a basarsi su quei presupposti che hanno contribuito a generare i gravi problemi attuali: occorre ripensare le basi del modello stesso di sviluppo economico e di cooperazione a livello internazionale. Una proposta di cambiamento è arrivata dal panel del G7 sulla resilienza economica, di cui fa parte Mariana Mazzucato. Nel rapporto Global Economic Resilience - Building Forward Better, ribattezzato Cornwall Consensus (il Summit del G7 del giugno scorso si era tenuto in Cornovaglia, a Carbis Bay), viene proposto il superamento del fallimentare Washington Consensus, che per più di trent’anni con la sua stretta enfasi sulla crescita e sugli strumenti di mercato ha relegato la politica economica a un ruolo marginale.

Una crescita sostenuta è sempre stato l’obiettivo principale per i paesi, da perseguire attraverso misure descritte nel decalogo del Washington Consensus. Questo termine fu coniato a fine anni Ottanta dall’economista John Williamson per indicare quella che la comunità scientifica riteneva essere per i paesi dell’America Latina la via giusta per risolvere problemi di debito elevato e intraprendere un percorso di crescita. Disciplina fiscale, liberalizzazione finanziaria, apertura commerciale, privatizzazioni e deregolamentazione divennero così gli ingredienti non solo per la transizione verso l’economia di mercato, ma anche la condizione per poter beneficiare degli aiuti da parte di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Un Consensus tutto economico che diventa poi il riferimento per la politica fiscale e commerciale anche nel resto dei paesi, industrializzati e non.

In Europa il rigore fiscale – uno dei pilastri del Washington Consensus – è stato un caposaldo nella gestione della crisi finanziaria e del debito: consolidamento fiscale e accento sulle riforme strutturali hanno reso difficile permettere al settore pubblico di giocare un ruolo proattivo nell’economia. Tuttavia, il discredito verso l’intervento pubblico è stato gradualmente superato, anche grazie alle prese di posizione in favore di una politica fiscale espansiva da parte di Olivier Blanchard quando era capo economista proprio del Fmi. Se con la crisi dell’eurozona l’approccio era ancora saldo sulle misure di consolidamento fiscale, con le crisi pandemica e ambientale i precetti del rigore e della crescita economica incondizionata risultano difficilmente conciliabili con una nuova agenda di sviluppo, improntata su investimenti per la sostenibilità ambientale e sociale, in Europa come altrove.

Il superamento di un paradigma richiede non solo di abbandonare determinate regole del gioco, ma di definirne di nuove. Il gruppo di esperti del panel sollecita i leader politici mondiali a disfarsi del Washington Consensus per adottare un nuovo contratto sociale internazionale, in cui lo Stato dovrebbe perseguire obiettivi sociali, per costruire una governance globale nell’interesse del bene comune. A differenza del Washington Consensus che propone l’uso di strumenti economici per risolvere problemi economici, il Cornwall Consensus cerca di affrontare sistematicamente problemi con natura diversa ma interdipendenti per aumentare la resilienza dei sistemi economici. Anziché intervenire a shock avvenuto per riparare ai danni, meglio disporre di misure preventive per mettersi al riparo da rischi futuri, in particolare in ambito sanitario e ambientale, Questo implica un cambiamento nel ruolo dello Stato che non può più limitarsi a rimediare, ma deve creare mercati funzionali alla transizione energetica, gestendo partnership tra settore pubblico e privato mirate a determinati settori.

Tra le varie raccomandazioni del rapporto, le più salienti riguardano la pandemia e gli squilibri climatici. Per quanto riguarda la “salute globale”, si sottolinea anzitutto che la proprietà e la capacità di produzione dei vaccini sono concentrate in alcuni aziende private, la cui attività di ricerca e sviluppo è stata però finanziata attraverso finanziamenti pubblici e impegni di acquisto anticipato. Secondo, in un contesto di scarse forniture, le differenze nei poteri di acquisto dei paesi hanno portato a un limitato accesso ai vaccini per i paesi più poveri. Il panel chiede quindi che un’equa distribuzione dei vaccini sia una priorità assoluta, pena un’inefficace risposta alla pandemia a livello globale, per il rischio di nuove e più pericolose varianti. Uno degli impegni presi dai leader politici al vertice del G20 a Roma è di vaccinare il 70% della popolazione mondiale. Un target medio che dovrebbe però garantire anche un’adeguata distribuzione geografica. Nell’attuale dibattito su come meglio utilizzare la recente emissione da parte del Fmi di Diritti speciali di prelievo per 650 miliardi di dollari, i Ministri delle finanze dei paesi africani hanno chiesto di istituire uno strumento di acquisizione di vaccini per affrontare il problema dell’approvvigionamento per i paesi più poveri.

Sulla necessità di maggiori investimenti per la ripresa, gli esperti del panel ritengono che oltre ad aumentare l’entità di tale spesa del 2% del Pil rispetto ai livelli pre-Covid, serva un controllo su come tali risorse vengono spese. Maggiori investimenti pubblici devono essere convogliati attraverso nuovi strumenti e meccanismi che favoriscano progetti orientati alla transizione energetica. In questo senso, quanto sta accadendo in Europa con NextGenerationEU (NGEU) è promettente. Esso rappresenta una forma di coordinamento verticale: i finanziamenti europei dati ai paesi membri dovranno essere spesi quasi per il 60% in determinati settori legati al Green Deal Europeo. Una forma di condizionalità che si sostituisce, quindi, al rispetto dei precetti del Washington Consensus previsto per i programmi di aggiustamento strutturale a cui il Fmi accorda la propria assistenza finanziaria. Inoltre, parte del debito comune europeo dietro al NGEU viene emesso sotto forma di green bonds, titoli che rispettano elevati standard di sostenibilità (la c.d. tassonomia della finanza sostenibile), che la Commissione sta allocando sul mercato con successo.

È difficile prevedere se ci sarà davvero un cambio di paradigma nei prossimi anni rispetto al modo di pensare all’economia, al ruolo dello Stato e alla cooperazione tra paesi. Tuttavia, sembra abbastanza chiaro che ciò che può guidare questo cambiamento non è tanto il presupposto ideologico sottostante, quanto piuttosto la consapevolezza che il precedente modello ha prodotto inefficienze e squilibri che solo un suo superamento può permetterci di affrontare. 

*Mario Albertini Fellow del Centro Studi sul Federalismo

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