Il futuro della globalizzazione: fra nuove egemonie e regionalizzazione

Marco Saracco
Commento n. 209 - 9 febbraio 2021   

La globalizzazione è un fenomeno che ha drasticamente ridisegnato il panorama economico mondiale. Di fronte ai grandi cambiamenti commerciali degli ultimi tre decenni, all’estensione di catene del valore tra nazioni e continenti e ai grandi mutamenti internazionali, la globalizzazione è cambiata? La pervasività di forze industriali esterne ai processi economici di un paese ha gradualmente dimostrato i rischi che un paese corre in termini di indipendenza e sovranità. La recente epidemia di coronavirus, le cui prime istanze sono state caratterizzate dalla irreperibilità di materiale sanitario perché prodotto principalmente in Asia, non ha fatto che consolidare questa convinzione.

Forse uno degli elementi che dimostra maggiormente la crisi dell’attuale sistema di scambio e commercio globale è la contesa USA-Cina. Nell’affrontare la questione cinese, l’Amministrazione Trump ha esibito un forte disinteresse per le norme multilaterali sul commercio internazionale. Una guerra dei dazi con la Cina durata due anni ha portato alla negoziazione di un proto-accordo commerciale “phase one”. Gli Stati Uniti hanno inoltre paralizzato il sistema delle nomine dell’appellate body dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), rendendo di fatto impossibile la risoluzione delle contese commerciali. Anche la tecnologia è stata parte della strategia statunitense. La “scomunica” di Huawei è un caso guida, che ha portato l’azienda di Shenzhen a vedersi negato l’accesso a prodotti americani nelle sue catene del valore, l’arresto e le indagini contro il suo Chief Financial Officer e il bando nell’utilizzo del sistema operativo Android (dell’americana Google) nei propri dispositivi mobili. Sulla costruzione di reti 5G, l’America ha usato parte del proprio capitale politico per impedire ai propri alleati di affidarsi a Huawei per costruire reti 5G nazionali, proposta che è stata accolta da paesi strategici quali India e Regno Unito. Gli Stati Uniti hanno inoltre contribuito a impedire l’acquisizione di Qualcomm da parte di ZTE: una mossa mirata ad impedire che la Cina acquisisse un vantaggio competitivo nello strategico settore dei semiconduttori.

Gli Stati Uniti sono ormai intenzionati a rinegoziare la regolamentazione del libero scambio di merci e servizi a livello globale. Questa considerazione è dovuta soprattutto alla Cina. L’amministrazione Clinton aveva fortemente propugnato l’adesione della Cina all’OMC, nella convinzione che l’adesione a regole multilaterali, unita allo sviluppo di un’economia di mercato, avrebbe inevitabilmente democratizzato la Repubblica Popolare Cinese. Si è avverato l’inverso. La Cina, da paese paria nel mondo con un’economia insignificante, si è rapidamente industrializzata, usando le regole del multilateralismo a proprio vantaggio, ignorando ogni dettame sulla competizione legittima e multilaterale, divenendo un gigante commerciale ed un aspirante titano tecnologico, senza mutare le proprie istituzioni interne. Un fatto inaccettabile per gli Stati Uniti, che vedono ormai la Cina come un rivale sistemico e revisionista. Un paese illiberale che ormai aspira all’egemonia sull’Asia orientale.

Le manovre americane si inseriscono in una cornice di grand strategy più ampia, con un chiaro obbiettivo strategico: “disarmare” la Cina, fiaccarne le capacità industriale e tecnologiche per evitare che diventi la potenza numero uno nel mondo. Un freno alla globalizzazione, applicando criteri di sicurezza nazionale al commercio internazionale, è la logica conseguenza di ciò. Il reshoring, la nazionalizzazione delle catene del valore, il blocco o lo scrutinio dei takeover da parte di aziende estere, il decoupling dal sistema produttivo cinese, l’ingerenza degli Americani per far sì che i propri alleati non adoperino tecnologia cinese. Gli interessi strategici, un tempo in secondo piano rispetto al benessere economico, si trovano ora a definire parte dei rapporti multilaterali (il commercio). Molto improbabile che queste scelte di fondo cambino con l’Amministrazione Biden, dato che gli imperativi strategici prescindono dagli schieramenti di politica interna.

In questa cornice di duello egemonico, è possibile parlare di una frammentazione della globalizzazione su scala regionale o continentale. Il terzo polo industriale ed economico del mondo, l’Europa, ha assistito con preoccupazione al peggioramento delle relazioni sino-americane. Varie cancellerie europee hanno accolto, volenti o nolenti, l’invito degli Stati Uniti a non far partecipare Huawei alla costruzione delle proprie reti 5G. Sono stati inoltre fatti molti progressi nell’elaborare strumenti legislativi per evitare l’acquisizione estera di asset strategici. La pandemia globale di coronavirus ha riaperto un forte dibattito sul reshoring di catene del valore di prodotti cruciali come i materiali sanitari. Un’istanza di cui il Presidente francese Macron si è fatto alfiere.

Ma l’azione europea di “controllo” della globalizzazione si è estesa anche ai propri alleati statunitensi, come testimoniano le recenti mosse di Bruxelles nel regolare i giganti tecnologici. Da semplici misure di antitrust quali multe, benché consistenti, si è passati a strumenti legislativi. La Commissione Europea sta approvando due nuove iniziative, il Digital Markets Act e il Digital Services Act, che promettono di regolamentare le aziende tecnologiche come mai visto prima: responsabilità dei contenuti pubblicati sulle varie piattaforme social, richiesta di spin off aziendali qualora le grandi aziende digitali ricoprano ruoli troppo importanti nei rispettivi settori, multe basate sul fatturato globale delle aziende. Come già visto con il GDPR, l’Unione Europea si propone di divenire una superpotenza regolatrice, tentando di elevare i propri standard a canone globale. Assieme a queste iniziative, le proposte della Commissione o delle singole nazioni europee di tassare indipendentemente il big tech – se la questione non sarà risolta nel G20 – hanno causato non pochi problemi alla relazione USA-UE. Il rischio che le relazioni transatlantiche peggiorino ai livelli di quelle cinesi non è probabile, ma esiste la possibilità che Bruxelles, in contrasto agli Stati Uniti, si crei una propria bolla di standard, regolamentazioni, tecnologia e trattati commerciali con paesi terzi.

La tecnologia e gli standard di accesso ad essa divengono quindi il tema della globalizzazione che più verrà influenzato dalle dinamiche delle varie sicurezze nazionali. Lo scontro tra Cina e USA, corredato di improbabili spy stories, blocchi di fusioni, minacce agli investimenti, guerre di dazi, raccontano una storia in cui l’innovazione viene sempre più assimilata dal potere per preservare vantaggio rispetto agli altri giocatori. La Cina, che ha già un web diverso dal resto del mondo, verrà spinta dagli Stati Uniti all’isolamento tecnologico (se con danno o profitto, non è chiaro). L’Unione Europea, spinta o dalla necessità di una sovranità strategica o dalla riluttanza a obbedire ai dettami statunitensi, sta creando la sua galassia di standard e regole, da esportare con accordi commerciali nel mondo. Gli Stati Uniti, nel frattempo, consolidano il loro vantaggio, dato dalle grandi aziende del digitale, cercando di rimanere il riferimento dell’innovazione attraverso un peculiare mix di laissez faire e di investimenti governativi. Possono questi sistemi parlarsi? Difficile a dirsi.

In ogni possibile scenario, è probabile che assisteremo a una frammentazione della globalizzazione, in cui diversi blocchi (o Cina vs UE/USA o Cina vs UE vs USA) creano regole proprie, adotteranno catene del valore integrate, escludono rivali per ragione di sicurezza nazionale. La promessa di un grande villaggio globale sembra essere sempre meno realistica.

*Pan-European Fellow ECFR-Compagnia di San Paolo

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