L’Unione Europea e la sfida americana

Antonia Battaglia
Commento n. 130 - 27 luglio 2018

Le relazioni tra Europa e Stati Uniti hanno subito una evoluzione con la visita del Presidente della Commissione Juncker a Washington. Dopo un momento di particolare tensione sancito dalla visita del Presidente degli Stati Uniti in Europa, che aveva quasi sabotato il Summit NATO di Bruxelles, interferito con la politica britannica ed i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea sulla Brexit, e definito l’UE un nemico, mentre inaugurava un nuovo corso nelle relazioni con la Russia, gli eventi più recenti confermano due trend. Se da una parte il successo della missione europea ha inaugurato quella che sembra  una tregua nelle relazioni transatlantiche - che sarà sancita dalla definizione di nuovi accordi commerciali - si conferma tuttavia anche la volatilità della politica estera dell’era Trump, dove non sembrano essere i principi del multilateralismo e della cooperazione internazionali a dominare la strategia ma principalmente necessità di politica interna.

Dopo l’applicazione di tariffe ai prodotti in acciaio e alluminio in provenienza dall’Europa, i dissapori tra UE e USA erano arrivati ad un punto critico, senza che però da parte europea si chiudesse alla possibilità di una intesa futura. Il recente incontro ha quanto meno inaugurato una fase di distensione e aperto la strada ad un partenariato commerciale e alla rinnovata volontà di cooperare sulla sicurezza e la lotta al terrorismo.

UE e USA, che contano insieme più del 50 per cento del PIL globale, hanno da difendere gli interessi di 830 milioni di cittadini e possono fare asse comune contro le politiche commerciali scorrette della Cina, in parte origine della politica americana di dazi. Un’azione comune all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, affinché si prendano le disposizioni necessarie a regolamentare le pratiche di dumping, rappresenta un’ulteriore ragione per una collaborazione estesa. L’eliminazione graduale delle tariffe e delle barriere americane e dei sussidi relativi alle merci (accordo di principio che, al momento, esclude le auto) è una vittoria dell’Unione. Le due parti, infatti, si sono impegnate a sospendere qualsiasi nuovo dazio mentre i negoziati sulle auto sono in corso: il Presidente Trump aveva minacciato di imporre tariffe del 25 per cento sulle importazioni di veicoli e parti di auto da diverse parti del mondo, avendo come target principale l’UE ed in particolare la Germania.​

La concessione europea a Trump, ancora vaga ma in sintesi rappresentata dalla promessa di acquistare più soia, uno dei più grandi target della Cina nella sua guerra commerciale con gli Stati Uniti, ha dato al Presidente degli Stati Uniti la possibilità di vendere l’accordo europeo come sua grande vittoria sul fronte interno, a difesa degli interessi dell’agricoltura statunitense.​

L’esito dell’incontro a Washington, inoltre, conferma che il nuovo corso della geo-strategia americana è incentrato su due obiettivi: l’indebolimento a lungo termine del vero nemico commerciale, la Cina; e la fedeltà alle sole  esigenze interne del Paese. La scena politica internazionale è strumentale al consolidamento della posizione nazionale di Trump. 

L’UE, forte del successo di Washington, deve rimanere cosciente della precarietà delle strategie americane e dotarsi degli strumenti necessari per portare avanti con gli Stati Uniti una politica di intesa e cooperazione, ma rinforzando la propria presenza internazionale anche con altri partner. La minaccia espressa da Trump al Summit NATO, quella di uscire dall’Alleanza Atlantica se la spesa militare degli altri Membri non arriverà al 2% del PIL, mette in difficoltà i governi di molti Paesi dell’UE, e mina le basi della cooperazione internazionale celando la volontà di marginalizzare la NATO, non più strumentale ai fini immediati della politica interna americana. Il Summit di Helsinki è stato un grave passo avanti verso la destituzione di un sistema internazionale costruito sulla solidarietà e l’impegno per la sicurezza reciproca.

Schierarsi al fianco della Russia in un momento in cui il suo ruolo appare indiscutibilmente collegato all’esito delle ultime elezioni presidenziali americane, e di primo piano nella vita politica europea (non da ultimo con il caso Skripal nel Regno Unito), vuol dire che gli Stati Uniti hanno operato una scelta di campo che è quella di una libertà autoreferenziale e autarchica, in cui il vecchio ordine internazionale non ha più la stessa importanza e in cui le alleanze da prediligere possono cambiare in poco tempo e non vengono strutturate in relazioni durature. Lo testimonia anche l’indebolimento del ruolo delle Nazioni Unite, già avvenuto con la questione della Risoluzione dell’Assemblea Generale su Gerusalemme e con l’uscita degli Stati Uniti dal Consiglio ONU per i Diritti Umani.

Vi è la necessità, per i Paesi dell’Unione, di dotarsi di una rinforzata politica militare, lavorando contemporaneamente, in seno all’Unione Europea, alla esistente (e per molti versi ancora embrionale) Pesco, la cooperazione strutturata permanente; accrescendo la partecipazione a strumenti paralleli come l’iniziativa militare lanciata dal Presidente Macron poche settimane fa, la cui finalità è quella di istituire un corpo di reazione rapida a difesa degli obiettivi dell’Unione, attraverso modalità di decisione più snelle.​

È utile inoltre ricordare, ai fini del dibattito italiano, che è necessario guardarsi dall’errore, ancora diffuso, di usare il termine “Europa” in modo generico. Mai come in questo momento bisognerebbe operare un distinguo tra le azioni e le finalità delle Istituzioni Europee e quelle degli Stati Membri, alcuni dei quali non sono in linea con l’ideale di un’Europa forte, coesa, fronte comune contro le numerose sfide attuali tra le quali, appunto, il nuovo assetto geo-strategico mondiale.

L’Italia rappresenta un fertile terreno di prova per l’esercizio di un’Unione solida nelle risposte ai tentativi di destabilizzazione dell’ordine internazionale che, con tutte le sue falle, ha tuttavia permesso lunghi periodi di pace e di deterrenza dall’uso di armi nucleari. Ritornare alle monadi nazionaliste e abbandonare l’ordine post-nazionale e multiculturale garante dei diritti, affievolirebbe l’Europa che, con tutti i necessari miglioramenti, rappresenta il miglior futuro possibile.​

La sfida è quella di costruire un’Europa più sociale, attenta ai diritti dei deboli, senza dimenticare che essa non è un ente astratto ma anche la somma delle azioni dei rappresentanti nazionali eletti presso le sue Istituzioni. Il recente accordo commerciale tra Unione Europea e Giappone è stato una delle migliori risposte che la Commissione Europea potesse dare agli Stati Uniti. Seguiranno altre iniziative che rinforzeranno l’azione dell’Unione, in un ampio spettro di teatri. Spetta ai Paesi Membri, nel difficile contesto internazionale, la scelta tra sostenere il rinnovamento dell’Europa o lasciare che forze interne ed esterne ne minino le fondamenta..

* Responsabile Ufficio di Bruxelles del Centro Studi sul Federalismo

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