Lo stato dell’Unione: la rotta europea in un mondo fragile

Flavio Brugnoli
Commento n. 189 - 17 settembre 2020   

Anche la sede del Parlamento europeo in cui la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha pronunciato il suo primo “Discorso sullo stato dell’Unione” dà il senso della eccezionalità di quanto stiamo vivendo: non, come di consueto, a Strasburgo, sede delle riunioni plenarie, ma a Bruxelles, per evitare al Parlamento una pericolosa trasferta mentre la pandemia da Covid-19 torna a mordere. Certo nessuno poteva immaginare, quando la nuova Commissione si insediò, poco più di nove mesi fa, che un virus avrebbe stravolto la sua agenda e messo a nudo la fragilità del mondo intero. È stato quindi toccante e doveroso che la Presidente von der Leyen abbia aperto il suo discorso con un omaggio al coraggio e all’abnegazione di tutte quelle persone che, negli ospedali e in tanti luoghi di lavoro, hanno lottato contro il virus e reso possibile che la nostra quotidianità andasse avanti.

Le risposte all’emergenza sanitaria – da parte della Commissione, degli Stati membri, della Bce – stanno ridisegnando il volto dell’Europa, con una rapidità sconosciuta in passato. Nel caso della Commissione, sono anche un test importante per valutare l’efficacia e la lungimiranza delle priorità 2019-2024 su cui la Presidente e la Commissione l’anno scorso ottennero la fiducia dal Parlamento europeo. Ed è davanti all’assemblea che rappresenta i cittadini europei che la Presidente ha presentato le prime linee guida dell’azione della sua Commissione per il 2021 – dettagliate nella lettera d’intenti al Presidente del Parlamento e alla Presidente di turno del Consiglio. Un appuntamento ormai decennale che è diventato anche un’occasione per l’Unione – ovvero per tutti noi – per interrogarsi sulla propria azione e il proprio ruolo in un mondo che cambia, spesso in modi in contrasto con i valori e i principi su cui è stata costruita l’Europa unita.

La Presidente von der Leyen ha rivendicato il ruolo svolto dalle istituzioni europee nel pieno della pandemia, nel ricostruire la fiducia fra gli Stati membri e nel rispondere ai bisogni più urgenti e drammatici, fino all’impegno per fare del futuro vaccino un bene comune globale. E questo nonostante le competenze dell’Ue in campo sanitario siano notoriamente limitate. Ma il coronavirus ha spazzato via l’idea miope che la sanità sia questione circoscrivibile ai soli confini nazionali. Da qui l’indicazione di von der Leyen sulla necessità di costruire una “Unione europea della sanità”, con anche la proposta di dare vita a una Agenzia europea per la ricerca e lo sviluppo avanzati in campo biomedico, e l’annuncio di un Global Health Summit da tenere in Italia, nel 2021, quando il nostro Paese avrà la Presidenza del G20. Colpisce, e suscita più di una perplessità, che l’ampliamento delle competenze europee in campo sanitario sia stato l’unico tema su cui la Presidente ha fatto riferimento alla (futura) Conferenza sul futuro dell’Europa.

Ma il cuore sia della risposta europea alle conseguenze economiche e sociali della pandemia sia del discorso di ieri della Presidente von der Leyen è Next Generation EU (NGEU) – di cui non si sottolineerà mai abbastanza il messaggio di responsabilità e speranza che contiene il riferimento alla prossima generazione. Ma NGEU non è solo un piano d’investimenti di dimensioni senza precedenti (750 miliardi di euro). È l’architrave della visione europea su come rendere più accogliente e resiliente un pianeta fragile e instabile. E per questo si deve raccordare con la “doppia transizione”, quella verde e quella digitale, che è al cuore della strategia pluriennale della Commissione von der Leyen. Una doppia sfida che è (o dovrebbe tenere) sostenuta dall’impegno a essere una Commissione “geopolitica”, consapevole di dover agire in un mondo in cui è in crisi un ordine basato sul multilateralismo ed emergono (o riemergono) vecchie e nuove tentazioni “imperiali” di vecchie e nuove potenze.

Il Green Deal Europeo rimane la bussola che guida l’Unione in questa trasformazione, con l’obiettivo della “neutralità climatica” entro il 2050. Per rafforzare tale impegno, la Commissione propone di alzare dal 40% al 55% il target nella riduzione delle emissioni entro il 2030. Nel contempo, è anche il pilastro principale di Next Generation EU: il 37% dei fondi di NGEU sarà legato agli obiettivi del Green Deal; il 30% delle emissioni di titoli europei per finanziare NGEU saranno in green bonds. La Commissione è inoltre pronta a presentare una proposta per il Carbon Border Adjustment Mechanism, che mira a non penalizzare i produttori europei rispetto a quelli di paesi meno impegnati nella decarbonizzazione. Ma NGEU sarà anche un vettore di innovazione, ad esempio grazie al potenziale dell’idrogeno, e di trasformazione sociale, a partire dalle nostre città, con l’idea suggestiva lanciata da von der Leyen di dare vita a un “nuovo Bauhaus europeo”, in cui competenze diverse lavorino sul conciliare stile e sostenibilità.

L’altro pilastro della strategia della Commissione e di Next Generation EU è quello per un “decennio digitale europeo”, che definisca degli obiettivi sul digitale per il 2030 e a cui destinare il 20% delle risorse di NGEU. Su questo l’Europa gioca una partita difficile, in un contesto dominato da giganti americani e cinesi, per il controllo della “materia prima” chiave del XXI secolo: i dati. Da qui le proposte per rafforzare le capacità europee di utilizzare i dati industriali, costruire un cloud europeo (a partire dal progetto Gaia-X), saper proteggere la privacy dei cittadini europei (anche dotandoli di una “identità digitale europea” sicura), rafforzare le infrastrutture per consentire a tutti di accedere alla banda ultralarga, investire sull’Intelligenza Artificiale e sulla prossima generazione di supercomputer (con un investimento iniziale di 8 miliardi di euro). In questo rientra anche la conferma della volontà della Commissione di presentare una propria proposta sulla web tax a inizio 2021, se non si arriverà a un accordo in sede di OCSE e G20.

Il ruolo globale che Ursula von der Leyen ha tracciato per l’Unione continua a essere incentrato sul multilateralismo e la cooperazione in seno alle istituzioni internazionali. Ma è una visione consapevole che queste istituzioni, dalla WTO/OMC alla WHO/OMS, richiedono riforme per adeguarle alla nuova realtà e per puntare a una “globalizzazione equa”. L’Ue deve avere l’ambizione di (e le proposte per) candidarsi a guidare questo processo di riforma. Ma deve anche essere in grado di prendere posizioni chiare sulla scena internazionale, fra una Cina “partner negoziale, competitore economico e rivale sistemico”, degli Stati Uniti con cui tentare (al di là dell’esito delle prossime presidenziali) di costruire una nuova agenda transatlantica, degli Stati autoritari, siano essi Russia, Turchia o Bielorussia, al di sotto di ogni sospetto sul piano del rispetto dei diritti dei loro cittadini. In positivo, sono venuti da von der Leyen un messaggio verso Est, sul futuro allargamento ai Balcani Occidentali (a partire da Albania e Nord Macedonia), e uno verso Sud, a un’Africa (e un’Unione Africana) che deve essere per l’Europa un “partner naturale”.

L’ultima parte del discorso di von der Layen è stato dedicato alla dimensione interna dell’Unione. Le misure economiche assunte di fronte alla crisi scatenata dalla pandemia (dalla sospensione del Patto di Stabilità, al SURE, al NGUE, al rinnovato impegno per un “salario minimo” in ogni Stato membro) hanno mirato a proteggere i cittadini europei. Ma solo il rafforzamento anche dei diritti civili e della democrazia consentiranno all’Europa di non tradire le proprie fondamenta esistenziali. Vale per le migrazioni, su cui la Commissione presenterà a breve un “Nuovo Patto” che – come annunciato da von der Leyen nel successivo dibattito – superi il Regolamento di Dublino; vale per la difesa dello stato di diritto – fatto di primazia della legislazione europea, libertà di stampa, indipendenza della magistratura –; vale per il rispetto delle differenze e la lotta contro le violenze di genere, il razzismo, l’odio; vale per i diritti LGBTQI e per quelli delle famiglie di tutti i tipi. Solo un’Unione davvero “unita nella diversità e nelle avversità” ci consentirà di trovare la buona rotta in un pianeta fragile e in tempesta.

*Direttore del Centro Studi sul Federalismo

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